Ago 14

In viaggio con il mio libro “Divino e Stellato”

Scrivere Divino e Stellato è stato, per me, come compiere un viaggio a ritroso nel tempo, con lo sguardo sempre rivolto al cielo. Non è stata una corsa a svelare segreti nascosti, ma un percorso lento e rispettoso: fatto di silenzi, di letture, di notti passate tra telescopi e testi antichi, tra fotografie di soffitti stellati e geroglifici incisi nella pietra.

Ogni capitolo di questo libro è nato come una costellazione: unendo frammenti lontani — iscrizioni, immagini, intuizioni, studi scientifici — per creare una figura capace di parlare anche a noi, uomini e donne del XXI secolo. In quei simboli, in quei testi sacri e nelle raffigurazioni astronomiche dell’Antico Egitto, ho trovato non solo conoscenze celesti, ma anche il riflesso di un’umanità che sapeva collocarsi nel cosmo con consapevolezza e umiltà.

Gli Egizi non studiavano le stelle per dominarle, ma per entrare in sintonia con il loro ritmo. Per loro il tempo era il respiro del cielo. E se i Greci ci hanno lasciato formule e modelli meccanici, l’Egitto ci ha consegnato un messaggio più profondo: osservare il cielo è anche un atto spirituale.

In oltre due anni di ricerche e scrittura, mi sono reso conto di quanto fosse difficile — eppure fondamentale — provare a pensare come una civiltà che non aveva bisogno di numeri per essere scientifica. La loro era un’astronomia dell’equilibrio, della Maat: ciò che oggi potremmo chiamare “sostenibilità cosmica”. Un concetto antico, ma straordinariamente attuale, in un mondo che cerca equilibrio non solo sulla Terra ma in tutto l’universo che ci ospita.

Carl Sagan ci ha ricordato che siamo un piccolo puntino blu sospeso in un raggio di luce. Gli Egizi, senza telescopi né sonde spaziali, avevano già intuito che il cielo non era uno sfondo decorativo, ma la trama che regge la vita, le acque del Nilo, i cicli naturali e i riti umani. Oggi possiamo misurare distanze siderali con estrema precisione, ma rischiamo di dimenticare quel senso di connessione che loro custodivano.

Scrivere questo libro è stato per me un continuo dialogo con gli antichi: loro tracciavano mappe con simboli, io con software astronomici; loro scolpivano stelle nei templi, io le fotografo con telescopi moderni. Ma lo stupore resta lo stesso, universale e senza tempo. È lo stesso stupore che leggo negli occhi di un bambino quando gli mostro la Via Lattea, ed è lo stesso che mi ha guidato in ogni pagina di Divino e Stellato.

Se chi leggerà queste pagine proverà anche solo un piccolo fremito davanti al cielo — reale o dipinto su un soffitto tebano — allora saprò che il mio lavoro ha trovato il suo senso.

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